Sibilla Aleramo.it

un sito a cura di Alvise Manni e Sergio Fucchi

pubblicato il 13 gennaio 2010

Gli anni civitanovesi
A 100 anni da "Una donna" Archivio
Rassegna stampa

 

Ricciotti Fucchi

Sibilla Aleramo

Gli anni civitanovesi di un'insigne poetessa e scrittrice

(Estratto dal n. 1 di “Civitanova Immagini e storie” – Civitanova Marche, giugno 1987)

Copertina del primo numero di Civitanova Immagini e storie pubblicato dal Centro Studi Civitanovesi nel 1987.

 

 

Primi giorni di luglio 1888. Il garbino, che per un paio di giorni aveva spazzato di brutto la vallata del Chienti, stava spegnendosi in brevi folate e piccoli turbinii di polvere. Il cielo di cristallo rendeva ancor più tersa la luminosità del mare, fondale azzurro aperto dietro il cantiere e le casupole dei pescatori.

Sul piazzale della stazione ferroviaria una carrozza a soffietto sostava in attesa del direttissimo da Milano. Cesare Tolozzi, il vetturale che faceva il servizio di piazza, accarezzava amorevolmente il muso della cavalla alla stanga per calmarne il nervosismo causato dal vento maligno e consultava con impazienza l'orologio che gli gonfiava il taschino del corpetto nero. Impazienza, la sua, dovuta alla curiosità di conoscere finalmente l'ingegnere piemontese chiamato dal marchese Sesto Ciccolini a dirigere la fabbrica delle bottiglie in via di costruzione a Porto Civitanova. Si trattava di un grande e moderno impianto industriale che - si diceva - avrebbe portato lavoro e benessere per un centinaio di famiglie del luogo e notevoli affari per i bottegai e proprietari di case con l'arrivo di maestranze specializzate dal Piemonte e dalla Spagna. Un insediamento di oltre duecento persone permanentemente occupate significava, altresì, il decollo dello sviluppo del borgo marinaro ed il farsi concreto della speranza di raggiungere un giorno l'autonomia amministrativa rispetto a Civitanova Alta.

 

La fabbrica di bottiglie di Portocivitanova in un'antica fotografia tratta dal libro di F. Concetti

La fabbrica di bottiglie di Portocivitanova - antica cartolina

 

Con quaranta minuti di ritardo, alle 16 e 40, l'ingegnere Ambrogio Faccio scendeva dal treno insieme alla sua numerosa famiglia: la moglie Ernesta Cottino, le figlie Rina, Cora e Iolanda, ed il piccolo Aldo. Per via dei bagagli a mano, non c'era posto a sedere per tutti, e Rina salì volentieri a cassetta a fianco del buon Cesare che, con amabile gesto di cavalleria, concesse alla simpatica ragazzina l'onore della frustatina d'avvio. Lo splendore del giorno segnò nell'animo di Rina un ricordo indimenticabile e fu sempre associato al sentimento di un'adolescenza solare, pura e felice.

Nel suo capolavoro, il romanzo autobiografico Una donna, Sibilla Aleramo rivive l'incontro con Porto Civitanova con accenti di autentica poesia: "Sole! sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese dove giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un infinito riso sul mio capo, un'infinita carezza azzurra allo sguardo che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo" (Una donna, Milano, Feltrinelli, 1976, pp. 16-17).

E per la dodicenne Rina la "selvaggia bellezza" dei luoghi -anche se non poco sublimata da un suo istintivo bisogno di esaltazione letteraria - fu un sufficiente compenso alla perdita delle care abitudini milanesi e della possibilità di frequentare con profitto le scuole superiori. Ben diverso, invece, l'impatto con la società bene di quel tempo, influenzata al riguardo dall'atteggiamento altezzoso e snobistico del padre, il quale non volle mai frequentare l'ambiente del Circolo Cittadino e mantenne sempre, verso le personalità di maggior rilievo mondano, una correttezza fredda e distaccata. Tanto da meritarsi la nomea di "persona con la puzza sotto il naso" e piena di boria aristocratica, nonostante la sua iscrizione alla laica e democratica Società Operaia di Mutuo Soccorso e la dichiarata professione di libero pensatore.(*)

Nelle pagine della scrittrice il quadretto d'ambiente si fa racconto di divertita ironia: "Non c'erano, di ricchi, nel paese, che il capitalista proprietario della fabbrica, quasi sempre residente a Milano, e un conte, padrone di quasi tutte le terre, il quale faceva rare apparizioni con la moglie, un grosso idolo carico di gioielli, al cui passaggio donne e uomini si curvavano sino al suolo. Una decina d'avvocati, annidati in un circolo di civili, suscitavano e imbrogliavano lunghe liti fra i piccoli proprietari dissanguati dalle tasse. Se si aggiungono alcuni preti e mezza dozzina di carabinieri, ecco tutta la classe dirigente del luogo" (Una donna, pp. 28-29).

Ciò che invece contestava al padre - ai suoi occhi d'adolescente figura addirittura carismatica per doti morali ed intellettuali - era il coinvolgimento della povera gente di mare e di campagna nel giudizio sprezzante di "razza inferiore e servile", essendo ingiusto non considerare l'avvilimento provocato da secoli di servitù sociale e politica. Ma, per l'ing. Ambrogio Faccio, la regola dello sfruttamento della plebe incolta rientrava nella logica del profitto e soltanto i "civili" operai che in fabbrica svolgevano attività specialistiche meritavano considerazione e rispetto. E tale mentalità da "negriero" fece da norma a tutta la sua conduzione, rifiutandosi caparbiamente all'ascolto delle legittime rivendicazioni sindacali ed arrivando persino a minacciare, pistola in pugno, di licenziare tutta la mano d'opera locale e di sostituirla con una "colonia di operai piemontesi". Minaccia che non ebbe esito perchè la proprietà ritenne l'operazione economicamente non conveniente.

Anche nelle questioni private, di famiglia, il Faccio non smentiva il suo carattere d'uomo tutto d'un pezzo ed amante delle maniere spicce. Se ne rese conto, nel febbraio del 1889, il nipote Vincenzo che, appena diciottenne, si trovava nei guai con la famiglia per via di una relazione amorosa con tale Ida Celli da Roma che, a detta dello stesso questore di Torino, "lo trascinava alla rovina sia morale che materiale". I genitori lo avevano mandato a Porto Civitanova dallo zio per allontanarlo dall'amata e perchè si "facesse contezza della sua aberrante passione". Nonostante la formale promessa di interrompere ogni rapporto fatta ai genitori di Vincenzo, la Celli scoprì il luogo d'esilio dell'amante ed un bel giorno prese alloggio nell'unico albergo del paese. L'ing. Faccio, visti inutili i tentativi di persuadere il nipote dell'assurdità di tale relazione e di convincere la donna dell'opportunità di rimpatriare, fece intervenire, su istanza della madre, il questore di Torino ed il sindaco di Civitanova Marche, e il minorenne Romeo fu ricondotto a casa con la forza dalla guardia giurata Piconi Angelo. Costo dell'operazione di consegna a domicilio: L. 169,10 interamente a carico dell'ing. Faccio (A.C.C.M. Tit. X - Rubr. 10,1889).

Si può quindi immaginare quale colpo sarà per l'ingegnere, qualche anno dopo, la notizia che la figlia Cora si era fidanzata proprio con l'organizzatore delle agitazioni sindacali, quel Michele Alfredo Capriotti di Civitanova Alta al cui impegno politico è legata tanta parte della storia del movimento operaio agli inizi del secolo.

L'impiego in fabbrica con mansioni d'ufficio, le continue letture - soprattutto di romanzi francesi e russi - i primi tentativi di corrispondenza giornalistica erano occupazioni bastevoli acché la quattordicenne Rina non soffrisse troppo l'ostilità dell'ambiente, tanto più che i segni di una precoce e bella maturità incominciavano a gratificarla di qualche lusinghiero commento. Chi, al contrario, ne risentiva enormemente era la madre, donna fragile e mite vissuta sempre in soggezione verso la forte personalità del marito, che reagì chiudendosi in un isolamento tormentato da oscure paure ed estraniandosi da ogni interesse anche per le cose della famiglia. Gli immaginari pericoli per sé e per i figli, le notti insonni e gli inevitabili conflitti familiari la portarono ben presto ad uno stato di grave instabilità psichica ed al gesto drammatico del suicidio. "Un grido, indi parecchi altri, poi un gran sussurro nella piazza sottostante mi fece trasalire. Non mi ero ancora avvicinata alla finestra, che il rumore si portò ai piedi dello scalone di casa, facendomi corere verso la porta, seguita dalla donna e dai fratelli... Ed io vidi il corpo di mia madre portato da due uomini, un corpo bianco seminudo su cui una mano aveva lanciato un cencio che penzolava, come penzolavano le braccia, i piedi, i capelli" (Una donna, p. 33).

Fortuna volle che sotto il balcone della camera da letto corressero i fili del telegrafo che, attutendo la violenza della caduta, evitarono una conclusione mortale. La signora Ernesta se la cavò con la rottura del braccio sinistro e contusioni di poco conto, e due mesi dopo veniva giudicata clinicamente guarita e poteva lasciare l'ospedale civile di Macerata. Per qualche tempo sembrò essersi ripresa anche dalla crisi depressiva; ma il male continuava a covare e quando tornò a manifestarsi, malgrado le assidue e pazienti cure del dott. Pellegrini, fu necessario ricoverarla nel manicomio di Macerata. Non ne usci mai più, e negli ultimi anni, per uno strano gioco della sorte, ebbe compagna di sventura la donna che il marito aveva avuto come amante prima e convivente poi.

Nella Porto Civitanova del tempo, l'episodio del tentato suicidio era naturalmente destinato a fare scalpore e suscitare i più disparati commenti che, data la scarsa simpatia di cui godeva, non potevano certamente essere favorevoli all'ing. Faccio, ritenuto responsabile dello sconvolgimento mentale della "povera" signora Ernesta, esasperata dalla condotta proterva del marito e dalla scoperta della sua infedeltà coniugale. Scoperta - si diceva - avvenuta mediante una lettera anonima che l'informava della relazione, ormai di dominio pubblico, del marito con una ex operaia che viveva in casa in qualità di domestica.

Nel racconto di Rina, tale versione non trova riscontro: ad altre cause attribuisce i dissapori e le incomprensioni fra i genitori che portarono alla crisi ed al gesto insano. Su di lei, veramente, la notizia della relazione clandestina del padre ebbe un effetto scioccante e le distrusse per sempre l'immagine di perfezione ideale e morale che la sua infatuazione aveva costruito. A dargliela, in modo brutale e quasi ricattatorio, fu il giovane contabile, Ulderico Pierangeli, che da qualche tempo aveva preso a farle la corte e godeva della sua simpatia e confidenza. Si trattò di una rivelazione terribile, tanto che sul momento si rifiutò d'accettarla come vera, che proprio la madre le confermò indirettamente, qualche sera più tardi, quando la sentì accusare esplicitamente un notaio del luogo d'essere un ignobile manutengolo. In una lettera, Rina confesserà d'aver perduto, con la fiducia verso il padre, "un punto di riferimento insostituibile" e di non poter contare sulla presenza della madre e dei fratelli più piccoli.

Aveva quindici anni, si sentiva sola e confusa, ma soprattutto viveva quel delicato momento del passaggio alla giovinezza in cui è più avvertito il bisogno di un'affettuosa vicinanza. Sapeva d'essere considerata bella ed interessante, e non le dispiaceva la corte sempre meno reticente che il Pierangeli le faceva e che considerava più che altro un'attestazione di simpatia e di naturale galanteria. Lontanissima l'idea di un legame profondo a fini matrimoniali delle cui implicazioni sessuali era del tutto all'oscuro, non essendo certamente il padre la persona più adatta ad informarla in materia di rapporti intimi. Ulderico Pierangeli seppe approfittare del momento favorevole e dell'ingenuità, ed un mattino, in ufficio, "fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: due mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si divincolava. Soffocavo e diedi un gemito ch'era per finire in urlo, quando l'uomo, premendomi la bocca, mi respinse lontano..." (Una donna, pp. 45-46).

Dopodiché, il fidanzamento ufficiale, nonostante la contrarietà del padre, l'attesa di un figlio, il matrimonio "riparatore", col quale si poneva fine alle molte chiacchiere del paese. Un matrimnio senza amore dunque, accettato da Rina con tranquilla rassegnazione, e motivo d'orgoglio per il Pierangeli che, oltre al vanto della conquista della bella piemontesina, vedeva accrescersi la possibilità di subentrare un giorno al suocero nella direzione della fabbrica. E l'incarico l'ottenne, infatti, ai primi del nuovo secolo, quando l'ing. Faccio, non sopportando oltre le delusioni familiari e le difficoltà in fabbrica, lasciò per sempre Porto Civitanova, con l'amante ed i figli Iolanda e Aldo, per iniziare a Roma l'attività di floricultore.

Ad eccezione della cognata Assunta, una "virago" prepotente e bisbetica che teneva in soggezione tutto il parentado, tutti i familiari del marito riscossero immediatamente la simpatia di Rina e la ricambiarono, pur tradendo un certo disagio di fronte ad una persona tanto diversa e superiore per educazione e cultura. "Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina e pianterreno, coll'uscio sempre aperto sull'orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovane nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po' confusa dandomi del 'voi'. Anche mio suocero non riusciva a darmi del 'tu'..." (Una donna, p. 57).

Gli sposi si stabilirono in una palazzina adiacente la fabbrica, Ulderico sempre più impegnato nella responsabilità dell'ufficio e Rina occupata nelle sue letture, nei primi approcci al giornalismo e nei preparativi del corredo. Una serenità di breve durata: l'aggravarsi della malattia della madre e la necessità del ricovero in manicomio sconvolsero Rina a tal punto che il trauma provocò la perdita del bambino. "Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola 'mamma'; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare (...) Povera, povera anima mia! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l'intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l'aveva. Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?" (Una donna, pp. 65-66).

In un disperato bisogno di conforto, fece di tutto per rinforzare i vincoli matrimoniali e conquistarsi l'affettuosa attenzione del marito; ma le fu impossibile superare la barriera di scontento e di cupa gelosia che gli aveva eretto in risposta alla riluttanza ed alla frigidità della moglie nell'assolvimento degli obblighi coniugali. Mai ebbe consapevolezza del fatto che quell'atteggiamento poteva essere la conseguenza psicologica di un'iniziazione sessuale subita come violenza e non il segno di una rivalsa per mancanza d'affetto. E le scenate di gelosia e le "squallide consolazioni" da gallo di paese continuarono anche dopo la nascita del figlio Walter, il 3 aprile 1895; evento accolto con grande felicità da Rina che nelle incombenze della maternità e nelle soddisfazioni giornalistiche trovava un compenso al vuoto dell'anima.

"Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nell'insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi" (Una donna, pp. 68-69). Questo giudizio dato sul marito, molto più tardi e, quindi, con maggiore distacco emotivo, ritengo sia più obiettivo e meno fazioso di alcune testimonianze orali, raccolte dal compianto Silvio Zavatti.

Proprio in quei giorni ebbe luogo la vicenda che doveva nuovamente porre al centro dell'attenzione cittadina i Faccio ed i Pierangeli e provocare una recrudescenza nei già difficili rapporti matrimoniali. In occasione di un ricevimento in casa di parenti, Rina s'accorse d'essere oggetto di particolare considerazione da parte di un "forestiero", un uomo sui trent'anni rimpatriato - sembra - dall'Argentina e stabilitosi a Portocivitanova perchè il clima si confaceva alle precarie condizioni di salute della moglie. Era una bella figura, coi tratti ed i modi da gentiluomo, discreto e signorile nel condurre il corteggiamento che ebbe a rinnovarsi in altra analoga circostanza; e la donna se ne sentì lusingata al punto di accettare una breve corrispondenza epistolare segreta. Alle profferte d'amore e d'ammirazione Rina rispondeva con garbati richiami "ai doveri morali di entrambi" e con sfoghi d'animo sulla tristezza della sua vita sentimentale. Approfittando di una scappata a Milano del marito per motivi d'affari, Rina invitò a mezzo di un biglietto il "forestiero" a prendere un the per continuare a voce la loro corrispondenza. Mentre Rina, anche per superare i momenti di reciproco imbarazzo, stava aprendo la credenza dei servizi da tavola, si sentì stretta e attirata con forza verso l'uomo. "D'un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva, mi brancicava... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso. Si scostò colpito da stupore. Io spalancai l'uscio e balzai nell'altra stanza" (Una donna, p. 92).

Si trattava di un momento d'ingenuità e di leggerezza che sarebbe rimasto nel segreto dei due protagonisti se il caso non avesse voluto che la moglie del "forestiero", spazzolando i vestiti del marito, scoprisse il biglietto galeotto dell'invito. Non era la prima scappatella del marito, e la donna pensò di vendicarsi rivelando l'accaduto al dott. Pellegrini che sapeva essere, oltreché medico di famiglia Pierangeli, un estimatore delle doti intellettuali ed artistiche di Rina. Il medico la convinse a consegnare a lui il biglietto ed a promettere il silenzio in cambio di un suo intervento per mettere fine alla relazione. Rina non gli nascose le ragioni della sua leggerezza, confessò, mortificatissima, la penosa conclusione e giurò di non ricadere nell'errore. Sembrava nuovamente conclusa la faccenda; ma il diavolo ci mise le corna e stavolta il fatto finì con l'assumere le proporzioni di un avvenimento pubblico scelto a pretesto di antiche diatribe politiche fra le fazioni che si contendevano l'amministrazione della città. A causa di alcuni commenti ironici espressi dal dott. Natalucci - medico, affiliato alla massoneria con tessera n° 33 e cultore di storia locale - all'indirizzo di Ulderico Pierangeli, "in procinto di vedersi trasformare la cresta di gallo in appendici cornute", l'opinione pubblica si divise immediatamente in due correnti: gli innocentisti contro i colpevolisti. La moglie del "forestiero" aveva confidato il segreto ad una amica di cui poteva fidarsi e in poco tempo la confidenza era diventata un ghiotto argomento di maldicenza. In casa Pierangeli scoppiò l'inferno, e nonostante l'intervento dell'ing. Faccio e del dott. Pellegrini - che garantiva la non consumazione del tradimento -, per la povera Rina non ci fu risparmio di busse e di umiliazioni. "Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami, liquido e bollente come piombo fuso" (Una donna, p. 97).

Incapace di reggere il peso della situazione, Rina decise di farla finita una volta per sempre e bevve un'intera boccetta di laudano. Il pronto intervento dei familiari e il soccorso del medico evitarono il tragico epilogo. Lo sgomento s'impadronì del parentado, soprattutto timoroso delle conseguenze di uno scandalo pubblico, e la prima preoccupazione della cognata Assunta fu quella di ottenere da Rina una confessione firmata che escludeva, di fronte alla legge, ogni responsabilità del fratello Ulderico. Il quale, vista la disperata fermezza della moglie e finalmente conscio del pericolo che minacciava la sua vita domestica, cambiò registro e cercò una soluzione "da gentiluomini" per salvaguardare l'onorabilità propria e della consorte. Le procedure erano ancora quelle in uso nella società per bene e conformi alle norme del codice cavalleresco, con tanto di padrini, di richiesta o di rifiuto di pubbliche scuse e, in ultima istanza, di responso delle armi. Il dott. Natalucci, che si reputava un ottimo spadaccino, si dichiarò subito per la soluzione del duello; poi grazie ad un lungo e diplomatico lavoro di intermediazione svolto dai padrini Umberto Ricci e Rodolfo Gabani, accettò il compromesso di una dichiarazione firmata che giustificasse ambo le parti. Il documento che ne sortì, per la contorta ampollosità della sintassi e la manifesta ipocrisia delle convenzioni, merita una lettura per intero quale divertentissimo documento d'epoca.

 

Verbale di composizione d'una vertenza tra i Sig.ri Pierangeli Ulderico e il Cav. Doti. Giuseppe Nalalucci

Porto Civitanova 6 giugno 1897

Noi sottoscritti siamo stati incaricati - con amplissimo mandato - dal Sig. Ulderico Pierangeli di risolvere una vertenza per le vie Cavalleresche con il Dott. Cav. Giuseppe Natalucci in seguito ad offese d'indole calunniosa verso la famiglia del Sig. Pierangeli delle quali offese molte prove messe a disposizione dei sottoscritti, valgono per essi a stabilire come il Dott. Natalucci possa e debba essere considerato come uno dei principali autori e responsabili. Muniti adunque di detto mandato i sottoscritti si presentavano la mattina del 6 giugno '97 alle ore 9 al Dott. Giuseppe Natalucci - nella sua abitazione; e svolsero e delinearono con precisione l'incarico avuto di chiedere a nome del Sig. Pierangeli una riparazione pari all'entità dell'ingiuria da lui patita. Per tutta risposta il Dott. Natalucci dichiarò, per iscritto (con lettera che alleghiamo al Verbale) di respingere la soluzione per le vie Cavalleresche di questa vertenza - qualora il Sig. Pierangeli si determinasse ad inviargli il Cartello di Sfida - sembrandogli d'averle già espletate in maniera esauriente in precedente vertenza - testé risoluta per le armi - e molto connessa con questa per i motivi da cui pigliava origine e vita. In seguito a ciò - null'altro rimaneva da fare ai sottoscritti che congedarsi dal Sig. Natalucci - se non che piacque ai medesimi di far osservare al Dott. Natalucci che - secondo il loro parere - un gentiluomo deve - in omaggio al codice Cavalleresco e in omaggio altresì a quei doveri civili di una persona dabbene - non evitare in nessuna maniera e per nessuna convinzione - a far atto di coscienziosa resipiscenza e di doverosa ammenda - quando già in precedenza abbia riconosciuto e dichiarato di ammettere il proprio torto. E ciò in ispecial modo quando siavi di mezzo una Signora. Queste osservazioni - durante una prolungata discussione delle circostanze - valsero a far comprendere al Dott. Natalucci che la sua posizione si era resa d'una natura assai delicata; e che un dovere - proprio un dovere - nel vero senso della parola incombe a chi è accusato di colpa si grave di scagionare prima - se possibile - e di accettare poi in ogni caso il rigore del torto - quando si sia riconosciuto. Compreso di questa giusta impressione delle cose - il Dott. Natalucci - lealmente e con ischietta spontaneità - mosso dal desiderio di riparare completamente al torto da lui avuto di dar valore ad una ciarla che fu calunniosa e lesiva dell'onore di una Signora, e mosso altresì dal desiderio di mettere tutta l'autorità della sua persona al servizio di questa opera riparatrice dinanzi all'opinione pubblica poiché si volle ammette­re che fosse la stessa sua autorità quella che valesse a convalidare la ciarla maligna, il Dott. Natalucci ci dichiarò di deplorare come certe persone abbiano voluto gettare su lui la responsabilità di una accusa disonesta e perfida - ledente la rispettabilità della Sig.ra Rina Pierangeli - capace di turbare la domestica tranquillità e impressionare il pubblico sinistramente - disprezzare altresì l'opera vile di chi effettivamente si rese propalatore di tale ciarla - e col fine malvagio di offrirne pascolo al pubblico malevolo - d'essere dolente poi che la cosa da lui appresa da altri e ripetuta in via privatissima e sia pure alla leggera - lo abbia involontariamente reso irriverente verso una Signora che egli ritiene rispettabilissima - tanto che gli rincresce assai di aver posto orecchio a dicerie - a suo credere - del tutto infondate.

Dopo queste franche - leali dichiarazioni e affermazioni del Dott. Cav. Giuseppe Natalucci - i sottoscritti plaudendo alla sua condotta di perfetto gentiluomo - dichiarano esaurita la vertenza - fiduciosi d'averla risoluta con soddisfazione d'ambo le parti - e convinti - in ossequio al Codice Cavalleresco che non possa e non debba più farsi rivivere sotto nessun'altra forma.

I rappresentanti del Sig. Ulderico Pierangeli, Umberto Ricci, Rodolfo Gabani [Inedito, L. G.]

 

E fu, con la sconfessione della ciarla maligna, fatta salva la rispettabilità di Rina Pierangeli, che il marito, a buon conto e per evitare altre spiacevoli sorprese, non dimenticava di lasciare chiusa in casa a doppia mandata e con l'obbligo di affacciarsi soltanto alla finestra che dava sul retro della casa. Situazione un po' umiliante, ma accettata senza difficoltà da Rina, ora sollecitata dal Capriotti a farsi una cultura politica e sociale e ad approfondire i problemi dell'emancipazione femminile e delle masse popolari.

La qualità della sua collaborazione ad importanti riviste politiche e letterarie nazionali la segnalò alla stima della Ravizza e della Montessori, due fra le più note promotrici delle varie leghe femminili, e nel 1899 accettò di trasferirsi con la famiglia a Milano per dirigere «L'Italia femminile» e il «Corriere delle donne italiane». Il marito si era nel frattempo licenziato dalla fabbrica per contrasti col suocero e avviava a Milano un commercio all'ingrosso di frutta e verdura.

Il soggiorno milanese durò un anno e qualche mese. In seguito alle dimissioni dell'ing. Faccio, il marchese Ciccolini affidò ad Ulderico Pierangeli la direzione della vetreria e Rina dovette accettare il ritorno alla grigia vita della provincia. Con una pena in più nel cuore, che l'amicizia col poeta Felice Damiani era sfociata in un rapporto d'amore ed aveva reso ancor più precario il già fragile equilibrio familiare. Con maggiore frequenza Rina sentiva il bisogno di rompere la catena degli obblighi coniugali con un taglio netto e l'abbandono del marito; però c'era di mezzo il figlio, che sape­va di non potere avere in custodia per forza di legge o per consenso del coniuge. Furono momenti terribili di conflitto interiore, resi ancor più acuti dal lungo soggiorno romano col figlio per l'ospitalità del padre e dalla vacanza sentimentale col Damiani a Castellamare di Stabia. Qui la raggiunse un telegramma che l'avvertiva di una grave malattia del marito - forse un'affezione luetica - e Rina fece ritorno a Porto Civitanova. Stavolta soltanto per il tempo della guarigione del marito; poi la scelta dolorosa e definitiva: l'ospitalità della sorella Cora con l'angoscia di sapere in pericolo il legame affettivo col figlio, "quel piccino che (le) mandava biglietti strazianti". Si era alla fine del febbraio 1902.

La scrittrice non mise più piede nella nostra città: la vide dal finestrino del treno, nel 1946, mentre si recava ad Ascoli Piceno per la campagna referendaria in favore della repubblica, in compagnia del ventinovenne Franco Matacotta di Fermo, l'ultimo amore dell'Aleramo e con lei convivente da quasi un decennio.

Aveva settant'anni. Con la famiglia Pierangeli la rottura fu completa. L'eco delle fortune letterarie e delle peripezie sentimentali di Rina Faccio, ora Sibilla Aleramo, venne all'orecchio di pochi parenti stretti e tenuto gelosamente nascosto, perchè la consegna era - come ebbe a dirmi il vecchio Nini Pierangeli nel 1976 - di considerare come morta "la sciagurata prima moglie del povero zio Ulderico". E, per trent'anni, lo stesso figlio Walter non derogò dalla norma. Con un secco "della mamma avevo bisogno quand'ero piccolo", rifiutò l'incontro richiestogli dalla madre a Napoli, dove Walter frequentava l'ultimo anno di medicina. La sola volta che le scrisse fu per informarla della morte del padre e per chiedere come comportarsi con la parte d'eredità che a lei - ancora legittima consorte - spettava di diritto. Grazie ai buoni uffici della nuora Elide, che di nascosto la teneva informata sulle cose di famiglia, il tanto desiderato incontro ebbe luogo nel 1933 e si concluse in un clima di grande amarezza. "Tristezza irreparabile del nostro rapporto, dappoi che ci siamo rivisti dopo trent'anni d'intervallo e invano abbiamo provato a sentire come una realtà il fatto che io sono sua madre e lui è mio figlio..." (Un amore insolito, p. 51).

Pur con gli inevitabili momenti di disagio iniziale, la seconda occasione, nel novembre del 1947 sempre in Ancona, offrì invece motivi di ricordo di toccante umanità: "Era molto commosso, abbracciandomi alla stazione iersera. Ha molto sofferto per la morte del figlio diciottenne, un anno fa. Non può dimenticarsene, se ben si faccia forza. L'altro figlio ha 22 anni...è invece calmo, un po' chiuso e timido, come il padre. Poco fa ha bussato all'uscio della stanza per portare il giornale del mattino e per la prima volta mi son sentita dire: 'Buon giorno, nonna!' " (Diario di una donna, pp. 162-163).

La terza ed ultima volta che si videro fu al capezzale della madre morente. Sibilla Aleramo aveva 84 anni e godeva della particolare amicizia di Palmiro Togliatti, il quale le faceva visita quasi ogni giorno e raccoglieva le ultime confidenze della scrittrice. Il racconto è un appunto lasciato da Silvio Zavatti, che annota l'unico colloquio telefonico concesso dal dott. Walter Pierangeli dopo reiterate ed inutili richieste: "Togliatti telegrafò al figlio perchè venisse a Roma. Quando il figlio arrivò alla clinica, Togliatti si alzò e uscì per lasciarli soli. Rina alzò appena la testa, guardò il figlio e morì".

Conclusione deamicisiana di una vita vissuta su ben altre sponde letterarie ed umane.

 

 

Le opere

 

 

 

Il primo articolo pubblicato da Sibilla Aleramo sul giornale “La Sentinella di Osimo”

 

       P. Civitanova 25 Luglio 1892.

  Mentre in queste due ultime settimana la colonia bagnante, da tempo desiderata, era finalmente accorsa qui come gli anni passati, e la spiaggia risonava di gaie risate, di frizzi, di scherzi e tutto il paese sentiva correre nelle sue ossa un fremito di vita allegra, rumorosa mentre il cielo ed il mare di Porto Civitanova colle loro tinte azzurrine gareggiavano a far bella cornice ad uno sciame di visi femminili biondi e bruni; la nostra attiva e benemerita società operaia di Mutuo Soccorso s'affaccendava per preparare una festa-popolare che riuscisse in tutto e per tutto e lasciasse un grato ricordo di se in ogni Portese e forestiere.

   Ed infatti ieri, 24 corr. questa piccola spiaggia era animatissima; nelle ore pomeridiane non fu che un continuo arrivo di carrozze, carrozzelle e veicoli d' ogni sorta, recanti persone dei paesi vicini. Alle 6 1/2 pom. ora dell'estrazione della tombola di L. 500, la vasta piazza Scalo era popolarissima: al caffè Annibal Caro, ressa di signore e signori: in ogni dove un continuo e gaio via vai di gente e tutto quell'insieme di colori vivaci, di vestiti di mille fugge, da quello della vecchia contadina a quello della giovane signora romana; tutto quel formicolaio umano che si agitava, parlava, rideva, formava uno spettacolo vivace, simpatico, che avrebbe tentato il pennello d' un artista.

   Dello innumerevole stuolo di signore e signorine non ho potuto ammirare che la distintissima sig.a Ricci con la graziosa sua signorina, la sig.a contessa Filippucci, la sig.a contessa Lazzarini, la sig.a Sabbatucci, le leggiadrissime signorine Casalis figlie del commendatore, la graziosa contessa Buonaccorsi moglie del capitano, la sig.a Mignardi, la sig.a Cartoni, la sig.a Tanfani, la sig. Czeschner con la simpaticissima sua signorina Gina, sig.a Zopponi, sig.a Rocchi, sig.a Cattaneo, le gentilissime signorine Stella e Lodi, sig.a Boghani, sig.a Fanueei, sig.a Amati, sig.a Natalucci, sig.a Salustri, e tantissime altre di cui non potei conoscere il nome.

   Appena terminata la tombola vi fu un'interessante carriera di cavalli con fantini, per la via principale del paese. Alle 9 poi, in fondo alla piazza furono incendiati dei fuochi d'artificio, pochi ma di graziosissimo effetto. Intanto la banda musicale diretta colla solita valentìa dall'egregio Maestro Capitani contribuiva con le sue allegre e dolci armonie a render ancor più gaia e simpatica la serata.

   Faccio vivo plauso alla brava Società Operaia e spero che il 14 Agosto p. v. vorrà darci una replica della festa.

   I bagni sono nel loro furore dopo la pioggia dei giorni scorsi, il caldo è tornato e tuffarsi nelle azzurre acque del mare è per tutti uno squisito godimento e benessere.

   Spero a giorni darvi qualche cenno sulla colonia bagnante.

Reseda

 


Testimonianze

 

Sibilla Aleramo mi fu presentata da Marino Moretti, 63 anni fa, nello studio di pittore che mio padre teneva a Milano. Io avevo ventidue anni e lei ne aveva trentotto. Ero dunque un giovincello ma assai ben fatto.

Anche Sibilla era bella: ne ricordo il colore dei capelli, che erano tra il nero e il castano, foltissimi...

Nell'isola passammo tre mesi, che bei giorni!, in una deliziosa pensioncina e allora conobbi il carattere sentimentale e nostalgico di questa donna.

Quante volte la sorpresi a piangere! C'era Boccioni, ad esempio, che l'aveva fatta soffrire perchè non volle mai saperne di lei, e lei non si rassegnava...

... ed appresi allora tante e tante cose di lei: posso dire che debbo a Sibilla una parte abbastanza considerevole della mia cultura...

Sibilla mi fece capire di essere innamorata di Giovanni Boine, e che tra noi era finita o quasi. Ma soffrirne fu più lei che io: io me ne tornai a Pescara e lei rimase con la sua perpetua inquietudine...

Era una donna libera, una delle prime che difese i diritti delle donne, e come tale la ricordo con tanta ammirazione.

(Michele Cascella, pittore: Oggi e Domani, 1977, Anno V - n. 12)

 

Nella sua vita l'amore ha un posto grandissimo ed è stato vissuto, esaltato, cantato su tutti i toni. Non so, probabilmente ho torto a non volerle lasciare il vanto d'essere stata una grande amatrice; però a me piace di più l'altra Sibilla, quella che affronta la vita con coraggio, quella che si batte per l'emancipazione femminile cercando - come si direbbe oggi - una sua faticosa liberazione di donna.

(Fausta Cialente, La vampira liberty che il dolore riempi di rughe, Paese Sera 6.XI.1977)

 

Con altre tradizioni, in altri tempi e civiltà, ella forse sarebbe riuscita qualcosa come una mistica, una santa, che nel trascendente trovava il compenso d'ogni vissuta insoddisfazione. Nella condizione in cui invece le è toccato di vivere, non può che raccontare la "via crucis" della sua solitudine; che per ragioni ogni volta diverse, è poi simile a quella di tante altre creature muliebri. In Una donna, che ancora una volta oggi si ristampa, tale narrazione fa perno su una quantità di motivi determinanti: le eredità familiari, le difficoltà economiche, le incompatibilità regionali, l'ipocrisia, l'ignoranza, le superstizioni, ecc. La Aleramo denuncia cotesti motivi con una coraggiosa evidenza, con una crudezza, niente ostentata, di tratti, assai nuova a quell'epoca...

(Emilio Cecchi, prefazione, Universale Economica, Milano)

 

Perdonatemi.

Io non so scrivere, io non so niente,

né arte né vita,

ma vi amo per voi,

per la luce che è in voi.

(Eleonora Duse, inediti, 30, 233, Milano 1922)

 

Sincerità impietosa, lirismo trasfigurante, realismo mistico e astrazioni quasi carnali, ellissi di stile che colpiscono nel segno, arte di creare un'atmosfera e di risvegliare nel lettore una complicità fraterna, il dono divino della poesia, ecco quello che ci offre palpitante e fremente Sibilla Aleramo con II passaggio...

(Benjamin Crémieux, L'archer, Paris, gennaio 1923)

 

La vostra prosa è bella come la vostra anima, e interrompe la mia malinconia e il mio disdegno. Vi scriverò. Vi abbraccio.

(Gabriele D'Annunzio, Telegramma, 10.XII. 1929)

 

Mio amore,

… Certe notti! Certe notti ritrovo veramente tutte le mie membra, e la giusta armonia delle tue s'innesta ad esso con alto, soavissimo delirio.

Ora la notte entra nella mia stanza: la neve è verde, di quel verde che si vede nello spessore dei vetri densi. Io attendo: ti voglio. Ancora. Tuo “Virgilio”.

(Salvatore Quasimodo, Sondrio, 7.3.1935)

 

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